Il Nasazzi si disegnò addosso un incerto segno della
croce. Poi si avviò, lentamente, le mani in tasca, la tentazione
di zufolare, un pensiero preciso in testa. Mica aveva
bisogno dei consigli di sua moglie: non ne aveva mai avuto
bisogno quand’era viva, figurarsi adesso che era sottoterra!
Sapeva anche lui che gli serviva un’altra moglie,
aveva cominciato a pensarci subito: chi, se no, avrebbe
badato a lui, alla casa, e a quella specie di larva che ne aveva
una tutti i giorni, quando non due?
Siamo a pagina 11. Se vi interessa sapere come procede...dovete comprarlo.
Almeno il cappello, di Andrea Vitali.
Era lo spazio di una giovane curiosa, che ascoltava, osservava, assaporava, toccava e annusava. Vi trovavate quasi tutto ciò che arrivava dai cinque sensi ad EricaM e che poi si faceva un giro nella sua mente! Oggi questo Blog è una parte di tempo libero che EricaM ha deciso di dedicarsi. Buon Viaggio insieme ;)
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mercoledì 25 marzo 2009
sabato 21 marzo 2009
Almeno il cappello...ancora
Quando lo scheletrito funerale giunse al cimitero, sotto
un cielo sempre più cupo, l’aria si riempì di un gioioso
scampanio: proveniva dalla chiesa dei Santi Pietro e
Paolo ed era il segnale che annunciava la messa solenne.
Il coadiutore doveva prendervi parte in qualità di chierichetto
dei celebranti, sei tra monsignori e prevosti: si rese
conto di essere in grave ritardo. Per recuperare accelerò
ancora i tempi della liturgia. Poi, scusandosi ma sottolineando
che una volta benedetta la bara il suo dovere
s’era esaurito, se ne andò a passo di corsa, tenendo al ginocchio
il sottanone per non inciampare.
Intervenne a quel punto il seppellitore Gaspare Struppia
che, essendo a tutti gli effetti un dipendente comunale,
non vedeva l’ora di godersi la mezza giornata di
permesso elargita dal podestà. Lo aspettava un programma
di tutto rispetto. Per mezzogiorno spaccato era atteso
da un gruppo di amici presso una baita sita in località
Sommafiume: polenta e lepre in salmì, e la polenta voleva
puntualità. Non appena il coadiutore si eclissò, il sotterramorti
si avvicinò all’Evelindo Nasazzi e gli ficcò in
mano la vanga. Poi, con tono d’ordine, gli ingiunse di
provvedere a riempire la fossa, il lavoro di fino l’avrebbe
fatto lui, il giorno dopo.
Il Nasazzi lo guardò. Il beccamorto aveva indosso la camicia
nera e non osò obiettare.
Era circa mezzogiorno quando finì di spalare. Infilò la
vanga nella terra nera, umida. A quel punto, rifletté, avrebbe
dovuto dire una preghiera.
«Requiem aeternam…»
Bene, fino a lì.
E poi?
Poi basta.
Si guardò intorno, si deterse la fronte che gocciolava.
«Sta’ bene», mormorò rivolto alla terra.
E se lei, la defunta, avesse potuto rispondere lo avrebbe
rassicurato: dopo vent’anni di vita passati con lui, qualunque
sistemazione, anche quella attuale e definitiva, si
lasciava preferire a ogni altra. Semmai, avrebbe aggiunto,
le dispiaceva per il figlio che si lasciava alle spalle, un
quindicenne malaticcio e inabile al lavoro, motivo di
continui dileggi e litigi tra marito e moglie, con lui a imputarle
la responsabilità della debolezza di quel sangue.
Proprio per questo gli avrebbe suggerito di pensare a riprendere
moglie, e che fosse una brava donna, in grado
di farsi carico delle necessità del ragazzo.
un cielo sempre più cupo, l’aria si riempì di un gioioso
scampanio: proveniva dalla chiesa dei Santi Pietro e
Paolo ed era il segnale che annunciava la messa solenne.
Il coadiutore doveva prendervi parte in qualità di chierichetto
dei celebranti, sei tra monsignori e prevosti: si rese
conto di essere in grave ritardo. Per recuperare accelerò
ancora i tempi della liturgia. Poi, scusandosi ma sottolineando
che una volta benedetta la bara il suo dovere
s’era esaurito, se ne andò a passo di corsa, tenendo al ginocchio
il sottanone per non inciampare.
Intervenne a quel punto il seppellitore Gaspare Struppia
che, essendo a tutti gli effetti un dipendente comunale,
non vedeva l’ora di godersi la mezza giornata di
permesso elargita dal podestà. Lo aspettava un programma
di tutto rispetto. Per mezzogiorno spaccato era atteso
da un gruppo di amici presso una baita sita in località
Sommafiume: polenta e lepre in salmì, e la polenta voleva
puntualità. Non appena il coadiutore si eclissò, il sotterramorti
si avvicinò all’Evelindo Nasazzi e gli ficcò in
mano la vanga. Poi, con tono d’ordine, gli ingiunse di
provvedere a riempire la fossa, il lavoro di fino l’avrebbe
fatto lui, il giorno dopo.
Il Nasazzi lo guardò. Il beccamorto aveva indosso la camicia
nera e non osò obiettare.
Era circa mezzogiorno quando finì di spalare. Infilò la
vanga nella terra nera, umida. A quel punto, rifletté, avrebbe
dovuto dire una preghiera.
«Requiem aeternam…»
Bene, fino a lì.
E poi?
Poi basta.
Si guardò intorno, si deterse la fronte che gocciolava.
«Sta’ bene», mormorò rivolto alla terra.
E se lei, la defunta, avesse potuto rispondere lo avrebbe
rassicurato: dopo vent’anni di vita passati con lui, qualunque
sistemazione, anche quella attuale e definitiva, si
lasciava preferire a ogni altra. Semmai, avrebbe aggiunto,
le dispiaceva per il figlio che si lasciava alle spalle, un
quindicenne malaticcio e inabile al lavoro, motivo di
continui dileggi e litigi tra marito e moglie, con lui a imputarle
la responsabilità della debolezza di quel sangue.
Proprio per questo gli avrebbe suggerito di pensare a riprendere
moglie, e che fosse una brava donna, in grado
di farsi carico delle necessità del ragazzo.
Almeno il cappello
La domenica 9 ottobre 1927 Mussolini inaugurava a
Roma la prima mostra del grano. Il giorno dopo, lunedì,
Evelindo Nasazzi, a Dervio, metteva sottoterra Animella
Carlini, quarantasei anni, la sua prima moglie.
Un funerale squallido, poca gente al corteo, ancora
meno al cimitero, celebrato in tarda mattinata sotto un
cielo di nuvole e contornato da un’atmosfera festosa.
Infatti, mentre la bara con la Carlini usciva dalla sua
casa per l’ultimo viaggio, i bambini delle scuole elementari
sciamavano dalle loro aule per recarsi presso la sala
parrocchiale dove, di lì a poco, avrebbero dovuto interpretare
un’allegoria ispirata alla battaglia del grano. Tra
il folto pubblico, oltre alle numerose autorità, il podestà
di Dervio, Amilcare Vestreni, il direttore didattico Parco
Mincia, ideatore e regista dell’allegoria, e il parroco don
Santo Patroni che festeggiava il decimo anniversario del
suo arrivo in quel paese: dopo lo spettacolo e la messa, il
pranzo presso il ristorante Del Crottino, riservato ad autorità
e sacerdoti, avrebbe messo il sigillo alla giornata di
festa. In omaggio alla quale il podestà Vestreni, d’accordo
con il segretario Mirri, aveva concesso una mezza
giornata di libertà ai dipendenti comunali.
Il corteo funebre incrociò lungo la strada statale la fila
dei bambini, elettrizzati dalla novità di quella mattina sottratta
alla noia della scuola. Nonostante l’intervento di alcune
maestre, con secche sberle sulla coppa dei più agita-
ti, non ci fu verso di ridurli al silenzio. Onde evitare nuovi
incontri imbarazzanti, il coadiutore del parroco, cui il funerale
era stato affidato – visto che il suo superiore era impegnato
a festeggiare sé stesso e il grano italiano –, impose
una deviazione che accorciò la strada dapprima verso la
chiesa, dove celebrò quello che lo scaccino giudicò essere
il riassunto di una messa, e poi verso il cimitero. Poiché il
tragitto indicato dal coadiutore aveva preso per stradine
erte e strette, pavimentate con un acciottolato farraginoso,
il corteo funebre, già magro in partenza, si asciugò ulteriormente:
si staccarono una decina di donne, in età e
anchilosate, che temevano di dover lasciare qualche osso
su quelle stradette.
Tratto da Almeno il cappello, Andrea Vitali
Roma la prima mostra del grano. Il giorno dopo, lunedì,
Evelindo Nasazzi, a Dervio, metteva sottoterra Animella
Carlini, quarantasei anni, la sua prima moglie.
Un funerale squallido, poca gente al corteo, ancora
meno al cimitero, celebrato in tarda mattinata sotto un
cielo di nuvole e contornato da un’atmosfera festosa.
Infatti, mentre la bara con la Carlini usciva dalla sua
casa per l’ultimo viaggio, i bambini delle scuole elementari
sciamavano dalle loro aule per recarsi presso la sala
parrocchiale dove, di lì a poco, avrebbero dovuto interpretare
un’allegoria ispirata alla battaglia del grano. Tra
il folto pubblico, oltre alle numerose autorità, il podestà
di Dervio, Amilcare Vestreni, il direttore didattico Parco
Mincia, ideatore e regista dell’allegoria, e il parroco don
Santo Patroni che festeggiava il decimo anniversario del
suo arrivo in quel paese: dopo lo spettacolo e la messa, il
pranzo presso il ristorante Del Crottino, riservato ad autorità
e sacerdoti, avrebbe messo il sigillo alla giornata di
festa. In omaggio alla quale il podestà Vestreni, d’accordo
con il segretario Mirri, aveva concesso una mezza
giornata di libertà ai dipendenti comunali.
Il corteo funebre incrociò lungo la strada statale la fila
dei bambini, elettrizzati dalla novità di quella mattina sottratta
alla noia della scuola. Nonostante l’intervento di alcune
maestre, con secche sberle sulla coppa dei più agita-
ti, non ci fu verso di ridurli al silenzio. Onde evitare nuovi
incontri imbarazzanti, il coadiutore del parroco, cui il funerale
era stato affidato – visto che il suo superiore era impegnato
a festeggiare sé stesso e il grano italiano –, impose
una deviazione che accorciò la strada dapprima verso la
chiesa, dove celebrò quello che lo scaccino giudicò essere
il riassunto di una messa, e poi verso il cimitero. Poiché il
tragitto indicato dal coadiutore aveva preso per stradine
erte e strette, pavimentate con un acciottolato farraginoso,
il corteo funebre, già magro in partenza, si asciugò ulteriormente:
si staccarono una decina di donne, in età e
anchilosate, che temevano di dover lasciare qualche osso
su quelle stradette.
Tratto da Almeno il cappello, Andrea Vitali
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