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giovedì 7 ottobre 2010

Lucca

Lucca è molto bella, ieri l'abbiamo girata in lungo e in largo. Oggi un salto a Pisa e domani si parte per Verona, con una tappa necessaria a Collodi... necessaria a me!

venerdì 1 ottobre 2010

3,2,1...matrimonio!

Il tempo scivola veloce e ormai sono arrivata.
Si arriva stanchi, non pensavo così tanto, ma con una grande gioia nel cuore... poi ci sono gli auguri, i regali, la condivisione delle emozioni, l'impegno dei familiari...bello, tutto bello! Contornato comunque da un pò d'ansietta!!!

Domenica 3 ottobre, è già stato inciso!

domenica 19 settembre 2010

Che cos'è l'amor

Che cos'è l'amor
chiedilo al vento
che sferza il suo lamento sulla ghiaia
del viale del tramonto
all' amaca gelata
che ha perso il suo gazebo
guaire alla stagione andata all'ombra
del lampione san soucì

che cos'è l'amor
chiedilo alla porta
alla guardarobiera nera
e al suo romanzo rosa
che sfoglia senza posa
al saluto riverente
del peruviano dondolante
che china il capo al lustro
della settima Polàr

Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
volteggio tutto crocco
sotto i lumi
dell'arco di San Rocco
ma s'appoggi pure volentieri
fino all'alba livida di bruma
che ci asciuga e ci consuma

che cos'è l'amor
è un sasso nella scarpa
che punge il passo lento di bolero
con l'amazzone straniera
stringere per finta
un'estranea cavaliera
è il rito di ogni sera
perso al caldo del pois di san soucì

Che cos'è l'amor
è la Ramona che entra in campo
e come una vaiassa a colpo grosso
te la muove e te la squassa
ha i tacchi alti e il culo basso
la panza nuda e si dimena
scuote la testa da invasata
col consesso
dell'amica sua fidata

Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
vampiro nella vigna
sottrattor nella cucina
son monarca e son boemio
se questa è la miseria
mi ci tuffo
con dignità da rey

Che cos'è l'amor
è un indirizzo sul comò
di unposto d'oltremare
che è lontano
solo prima d'arrivare
partita sei partita
e mi trovo ricacciato
mio malgrado
nel girone antico
qui dannato
tra gli inferi dei bar

Che cos'è l'amor
è quello che rimane
da spartirsi e litigarsi nel setaccio
della penultima ora
qualche Estèr da Ravarino
mi permetto di salvare
al suo destino
dalla roulotte ghiacciata
degli immigrati accesi
della banda san soucì

Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
vampiro nella vigna
sottrattor nella cucina
Son monarca son boemio
se questa è la miseria
mi ci tuffo
con dignità da rey
Ahi, permette signorina
sono il re della cantina
volteggio tutto crocco
sotto i lumi dell'arco di San Rocco
Son monarca son boemio
se questa è la miseria
mi ci tuffo
con dignità da rey






venerdì 10 settembre 2010

Comunicazioni di servizio

Quanto prima pubblicherò il resto del racconto, ad oggi ho seri problemi con il blog, non riesco ad incollarci nulla e il tempo di riscrivere pagine e pagine sinceramente non ce l'ho.
Di questo piccolo spazio ritagliato approfitto per ringraziare pubblicamente LukePet per aver segnalato il mio blog ad un pubblico più ampio. Di Luke potete visitare il sito PolloSky che trovate linkato sulla colonna di sinistra del mio blog.

sabato 4 settembre 2010

La famiglia (capitolo VI )

Lino, che tutti avrebbero immaginato nell’orto se solo avessero pensato a lui, quel giorno che si alzò prima del solito a causa del tumulto che aveva in testa dovuto al pensiero della figlia incinta e della moglie che non lo accettava, in realtà si era messo in macchina e si era appostato davanti alla banca in cui teneva i suoi risparmi. L’idea non era quella di fare una rapina, mai sarebbe riuscito a incutere timore agli impiegati, bensì volle attendere che qualcuno aprisse per controllare quante fatiche e quante rinunce era riuscito ad accumulare. Ogni soldo accantonato era più o meno la somma delle serate in balera saltate, dei pantaloni con le pences che non aveva comprato, dei film al cinema che Anna non aveva appoggiato, delle scarpe in pelle e con la punta alla francesina che non si era concesso per andare al matrimonio di un nipote, dell’auto nuova che avrebbe voluto e dei week end che avrebbe potuto trascorrere in montagna assieme alla moglie. Le fatiche di Lino erano molte, si può dire che fossero proprio tutte quelle che avrebbe potuto sostenere senza risparmiare energie. Scese dall’auto parcheggiata nello spazio ad orario, aveva previsto di restare mezzora, e si diresse verso l’ingresso proprio subito dopo che l’impiegato aveva aperto. Lo accolse la voce della specie di siluro in cui incapsularsi prima di toccare terra di valore, la stessa che ricorda di depositare gli oggetti metallici nelle cassette di sicurezza e che lui ogni volta,fra sé e sé , mandava a quel paese. Il buongiorno e il sorriso di cortesia, il numero di conto e subito il dubbio, fra il dover gioire che il gruzzolo crescente da anni si era ormai aggiudicato il nome di bottino e la disperazione davanti alla conferma tacita che la sua vita pesava di sgobbate e privazioni. Ad un tratto i pensieri si fermarono, interrotti in malo modo da una vociata che non era altro che la sequenza di parole ascoltate spesso nei film che piacevano a lui. Lino amava guardare in tv i film che da giovane aveva visto al cinema, ma più in generale si può dire che preferisse i film d’azione, quelli western e anche di Totò. Come dicevo, la frase gridata come Tarzan prima di aggrapparsi alla liana scuoté il poveruomo che si trovò di colpo nello scenario, reale, di una rapina. Tutti a terra, con le facce rivolte verso il basso, le mani dietro la nuca e una serie di grida uguali nell’esprimere il terrore ma varianti nei decibel. Il cuore sano del lavoratore era salito proprio sotto al gozzo, la giugulare si era gonfiata talmente da far sentire il collo della camicia stretto a morte e il sudore freddo inondava il viso teso e sbiancato. La preoccupazione di Lino era i soldi, mica la vita. Sapeva lui quanto valessero i suoi, oltre ogni indice positivo di qualsiasi borsa al mondo.

sabato 28 agosto 2010

La famiglia. Cos'è?

La Famiglia è un racconto breve, qui riportato frammentato, che ho scritto tempo addietro e con cui ho partecipato ad un concorso letterario locale. Al tempo questo racconto, il più lungo che io abbia mai scritto, considerando che non mi spingo più in là di qualche miniatura, era stato per me un gran successo. Non vinsi niente, ma interessare e far discutere la giuria, così come seppi in seguito, fu il regalo più grande che le mie parole potessero regalarmi. Qualcosa avevo lasciato!

L'ispirazione mi venne da un sacco di cose: dalla vita, la mia e di qualche altro, dalla cronaca, dai film che avevo visto, ma fondamentalmente da Niente, più niente al mondo di Massimo Carlotto.

E' un pò il sogno di tanti quello di raccontare in un libro la propria vita o esperienze che sono state fondamentali, parlare di incontri, di amori, di delusioni. Spesso lo si fa con chi si incrocia nello scomparto del treno, ci si confida senza sapere nelle mani di chi vengano messe le emozioni narrate.
Io non sono solita farlo, almeno non col primo che incontro e nemmeno col secondo, ma adoro scrivere, lo faccio da sempre, a giuste dosi e con tanta voglia poi di romanzare.

Questo racconto breve è nato così, nella cornice sopra detta, con le spinte della vita e con l'assoluto interesse a raggiungere in qualche modo la vita altrui. Ho cercato di essere vera, ma di non annoiare con la cronaca, avrei voluto scrivere le parole in modo armonico, così da suonare e risuonare nelle orecchie, desideravo tanto potesse anche lontanamente avere qualcosa di poetico, come i libri di Fermine, ma il risultato è semplicemente quello che si può leggere.

Il romanzare è una missione, mi piace farlo, è un pò anche il mio stile di vita. Leggere la vita come semplice successione di fatti sarebbe avvilente. Mi piace lo spessore, la ricchezza degli eventi, noto i dettagli, i colori e qui, ne La famiglia ho tentato di mostrarlo. Ho tentato, ripeto, perchè fra l'avere un'idea e il realizzarla io ci vedo sempre una grande lontananza.

I personaggi hanno nomi banalmente inventati, le loro caratteristiche sono quelle di tante persone che ho conosciuto, miscelate per bene e scelte poi a dare un carattere a chi prepotentemente voleva solo essere persona. Anche questa è impresa ardua.

Che dire, spero solo che vi piaccia e che possa servire a qualcosa.

venerdì 27 agosto 2010

La famiglia (capitolo V )

La pancia cresceva. Anna si disperava a veder girare per casa la figlia, figurarsi a immaginarla fuori. Pensava che da dietro non sembrava nemmeno… incinta, faticava a dire quella parola. Uno scherzo di cattivo gusto che la natura le aveva fatto. “E’ tutta pancia” dicevano le vicine di casa, le amiche di Silvia, i parenti, addirittura il fornaio. Lei si rinchiudeva in casa per non sentirli. Il pane lo comprava Lino ormai da un mese e mezzo. Al mercato ci andava ormai di rado, anche se fare compere, seppur modeste, le piacesse tanto. Evitava i vicini, tranne la signora Cuti, che incrociava ogni sabato alla finestra mentre scrollava i tappeti per far pulizia. Gina mangiava a testa bassa, non chiedeva le fosse passato nulla che apparecchiasse la tavola, si allungava più che poteva per servirsi da sola, fino a girare attorno al tavolo per evitare di sfiorare Silvia, sembrava le potesse attaccare una malattia. Silvia non ne poteva più, spesso evitava di mangiare con i suoi, quando invece era lì la voce spesso le si spezzava. Era il groppo alla gola che non le faceva uscire le parole, ma se solo fosse riuscita a gridare…”Vi odio”, voleva dire questo a tutti, anche al padre. Odiava il padre per l’incapacità di tirare fuori le palle, per essersi accontentato della vita che conduceva. Odiava la madre perché non le aveva mai fatto un complimento, l’aveva sempre criticata, e perché fondamentalmente desiderava una figlia che non era lei. Odiava Gina perché era nata ottantatré anni prima, da una madre sgobbona per necessità e da un padre che si era ammalato fino a perdere la vista. Forse odiava anche se stessa perché capiva troppo, perché a forza di ragionare tutto riportava e la sua famiglia non sarebbe potuta essere altro che così. Ogni cosa aveva la sua spiegazione. Ogni parola, ogni gesto, ogni sì e ogni no. Lei lo capiva, ma gli altri non se ne erano mai accorti.

Un film, un libro, poteva essere tutto questo la sua vita. Le capitava anche di sognare di leggere la sua storia stampata sul giornale, un terribile fatto di cronaca tinto di pece da una morte, la sua. Ora che aspettava un bambino si sentiva anche in colpa per i suoi incubi, temeva potessero far male alla creatura. I sensi di colpa li aveva anche prima che Nicola le potesse fornire una motivazione valida. Silvia era cresciuta col dovere della colpa, insegnatole dagli adulti che al tempo non erano capaci loro stessi di riconoscere i loro sbagli. Cresciuta, Silvia non era mai riuscita a liberarsi delle sue debolezze, ancora si faceva mettere all’angolo, tuttora lei doveva esser la causa dei litigi dei suoi genitori perché tutto in famiglia restasse normale.

giovedì 12 agosto 2010

La famiglia (capitolo IV )

Una passeggiata, Silvia aveva infilato scarpe comode e si era diretta sul lungomare. Ascoltare le onde la rilassava e pensava facesse bene al bambino. Jonathan Livingston… quando vedeva volare gabbiani pensava sempre a quel gabbiano famoso. Si stava alzando il vento, tirò su il collo del trench e rimase ancora un po’ cercando qualche nave all’orizzonte. I sassi riempivano le mani bianche di Silvia nonostante il fastidio provato per la salsedine che le restava, e continuava e continuava a raccoglierli e a disfarsene subito dopo lanciandoli poco più avanti. I vetrini erano la sua passione: così levigati dalle onde le davano la sensazione di essere molto vecchi e di averne potute raccontare tante. Erano un segno del tempo. Ogni tanto tirava in su col naso, le gocciolava per il freddo, allora si rannicchiava ancor di più, avvicinando le gambe al corpo, resistendo alla sana idea di andarsene. Fortuna il sole che timido intiepidiva l’aria, altrimenti sarebbe dovuta tornare in gabbia. Una folata alla fine appiccicò uno stralcio di foglio di giornale proprio sulla manica sinistra, non riusciva a liberarsene senza tirar fuori le mani dal groviglio che era diventata. Un brivido la convinse ad alzarsi e a prender la strada di casa.

Lorenzo era a lavoro da tempo, faceva sacrifici per mettere da parte i soldi che avrebbero comprato la casa per la sua nuova famiglia. Un nido modesto, colorato come piaceva a Silvia, pieno di libri, con un piccolo giardino e il calore dei loro sentimenti. Niente grida, nessun oggetto lanciato, al massimo un “non voglio parlarti ora” che era seguito sempre da parole chiare e condivise. Era questa la vita che avrebbe voluto offrire alla sua fidanzata, pensava che se la meritasse. Lorenzo sorrideva spesso, rideva alle battute di Silvia, a quelle degli amici e del padre. Il suo sorriso rassicurava Silvia ogni volta che questa pensava di aver detto una stupidaggine. Le passioni di Lorenzo erano Silvia e poi gli amici di sempre, la pesca e la lettura. Nicola avrebbe sicuramente spodestato la mamma, ma il resto sarebbe rimasto uguale. Il più bel regalo che Lorenzo aveva fatto a Silvia era il figlio che attendeva. Il dono che apprezzava di più da parte di Silvia era Silvia.

giovedì 5 agosto 2010

La famiglia (capitolo III )

Il sorriso di Silvia spesso era accennato, quasi non volesse mettere in imbarazzo chi aveva di fronte. Capitava anche che fosse vivace, notevole e rumoroso quando accompagnava il sorriso altrui, per qualcosa che aveva combinato lei. Le piaceva l’idea di far ridere. Anna aveva risate fragorose, scroscianti, molto più evidenti di quelle di Silvia. Bastava poco per far ridere Anna: la battuta del peggiore dei comici, la caduta di un pagliaccio e i litigi fra i vip della televisione. Lino sorrideva. Ci voleva molto per farlo ridere e quando vedeva la moglie farlo si innervosiva. Le risate di Gina erano davvero poche. La rabbia di Silvia era un fulmine a ciel sereno, perché tendeva a tener dentro le insofferenze ma sempre con insuccesso. Vomitava ogni più piccolo dettaglio che l’aveva infastidita, roba vecchia di mesi, il tono della voce si faceva roco fino a finirlo, gli occhi le si inumidivano. La rabbia di Anna era come una scheggia impazzita. Gettava oggetti a terra, gridava e piangeva nel contempo, diventava paonazza e metteva sempre le mani sui capelli. La rabbia di Anna era dovuta alla disperazione, quella di Silvia era per rivendicare. Lino era incontenibile nei momenti di tensione, forte com’era bisognava stargli lontano. Tutta la sua virilità veniva fuori solo quando era fra le mura della sua casa, fuori era generalmente accondiscendente. Forse in casa cercava di far valere il suo ruolo di uomo. Gina si appellava alla proprietà. La casa era sua e avrebbe sbattuto tutti fuori. L’età avanzata non le permetteva di far paura con la voce, né con la forza. Arrabbiarsi con lei era facile, si metteva di impegno per stuzzicare.